LA ZINGANA

 

 

NOTE DI REGIA (1974)

 

LA 'VACANZA POLITICA' DEL POPOLO IN FIGURA DI TRIONFO DELLA MORTE NELLA COMMEDIA VENETA DELLA CONTRORIFORMA.

 

Il teatro che assieme ai miei collaboratori cerco di fare è un teatro 'filosofico', capace di accrescere la conoscenza 'storica' del passato e del presente.

 

Rifiutiamo da una parte lo spettacolo 'ornamentale', che sia esplicitamente 'traduzione' del testo letterario; dall' altra parte non neghiamo la parola e il discorso razionale, quasi il che il teatro fosse necessariamente sinonimo di gesti e inarticolati fonemi; la nostra posizione è dunque egualmente distante dalla ripetitiva 'tradizione' e dallo 'scandalo' dell'avanguardia.

 

Nel caso della rappresentazione di un testo antico è evidente che non ci limiteremo a 'modernizzare' la messa in scena: la servile immaginazione figurativa non può andare al di là di una trduzione del testo, anche quando sia mascherata da travestimenti o tradimenti: solo la regolatrice fantasia filosofica può creare uno spettacolo come autonoma forma d'arte; e proprio in questa autonomia è possibile un sostanziale rispetto del testo.

 

Per la rappresentazione de "La Zingana, commedia di Gigio Artemio Giancarli Rhodigino", pubblicata nell'anno della convocazione del Concilio di Trento (1545), sono partito dalle due componenti del teatro: la forma drammatica e la tematica. Il teatro Rinascimentale come 'forma' dà il modello dell'uomo nuovo, creatore del suo mondo; ma proprio per questo il teatro diventa 'assoluto', un'azione puramente teatrale, svincolato dalla realtà del mondo che può entrare nel discorso solo per incidenza ("La mandragola"). Non a caso il grande e quasi solo 'tema' di questo teatro è l'amore, un fatto 'privato', e perciò 'assoluto', svincolato dalla storia.

 

Esuarita la potenza creatrice del modello formale, chiusa dalla Controriforma la possibilità di dare sostanza alla forma con temi politici, nel teatro del Rinacimento ...

 

 

 

NOTE DI REGIA (1980)

 

UNA FILOLOGIA SOGNATA

 

“La Zingana” del Giancarli si presta ad un discorso sulla crisi del modello teatrale del Rinascimento. La vicenda è duplice: l’amore dei giovani per i giovani che si affida, per trionfare sui vecchi, alla ‘virtù’ di servi e mezzane; e la ‘Fortuna’, in veste di Zingana, che risolve l’intrigo col lieto fine di un figlio rapito, creduto morto, e ritrovato.

Nella vicenda dei rapporti umani prevale così l’imponderabile della Fortuna, che sposta la ‘scena’ dalla piazza rinascimentale alla sfera delle costellazioni; e a questa sfera appartiene anche la favola d’amore, dato che l’amore non è sottoposto alla volontà degli uomini. La ‘piazza’ prospettica nata dalla filosofia ordinatrice della scienza, è violata a vari livelli: dalla vita canagliesca dei servi; dall’amore dei giovani; dalla sfera celeste che avrebbe dovuto essere fondamento di quell’ordine terreno. E la metafisica si risolve in meditazione della morte: l’impotenza di vecchi innamorati ne è pegno e preavviso; d’altra parte ai giovani non è consentito invecchiare perché il tempo non porta maturazione, ma dissoluzione: sono dunque condannati all’immobilità, all’amore per se stessi, ad un’altra specie di morte: “col tempo” per i vecchi, “senza tempo” per i giovani. L’ermafrodita –amore riflesso- e la frigidità della moda, oppure il ‘cimitero’.

I vari linguaggi usati dal testo confermano questo discorso: la lingua letteraria per il servo che ha rinunciato alla virtù del fare, accontentandosi della virtù del filosofo; il ‘greco’ del vecchio, espressione della comica incomunicabilità del suo amore; l’ ‘arabo’ della Zingana, arcana voce dell’indecifrabile Fortuna.

Nella riduzione una battuta, fra le altre, è stata posta come conclusione: “quel che tu vuoi non c’è, Signore”.

 

Arnaldo Momo

 

 

 
NOTE DI REGIA IMMAGINI
CRITICHE COPIONE REGIA
LOCANDINE - PROGRAMMI LA ZINGANA - INDICE
 

   SPETTACOLI - INDICE